NIGHTGUIDE INTERVISTA ALBERTO MARIOTTI ALIAS KING OF THE OPERA

King of the Opera è l'ultima metamorfosi di Alberto Mariotti, ex Samuel Katarro, il vecchio progetto con il quale ha ricevuto numerosi premi (Vincitore del Rock Contest Controradio nl 2006, Premio Fuori dal Mucchio nel 2009 e premio PIMI come miglior artista solista l'anno successivo) e l'apprezzamento di alcuni importanti musicisti internazionali tra cui Patti Smith, Julian Cope e David Thomas dei Pere Ubu.
 
Come King of the Opera ha partecipato all'edizione 2012 del San Miguel Primavera Sound Festival di Barcellona e ricevuto il premio Keepon per “migliore rivelazione live dell'anno” nel 2013.
Noi abbiamo avuto il piacere di intervistare Alberto e questo è quello che ne è venuto fuori.

NG. Cos'è King of The Opera e chi è Alberto Mariotti?
AM. King of the Opera è Alberto Mariotti quando suona.

 
NG. Un sound delicato e delle sonorità che ricordano un po' le atmosfere dei Kings of Convinience, uno di quegli album che riecheggiano di calde stanze in fredde stagioni. Come nasce questo lavoro?
AM. Nasce dall'idea di registrare un album di canzoni altrui composto da brani provenienti dall'anno in cui sono nato, il 1985. Il suono di cui parli è frutto di due scelte, prima di tutto volevo che il disco rispecchiasse il suono acustico dei miei concerti in solo ma soprattutto mi sembrava  una buona idea spogliare quelle canzoni dal suond tipico del loro tempo per renderle più neutre e pure possibili.

 
NG. Cosa ti ha influenzato maggiormente per scegliere un genere di espressione musicale non propriamente italiano (aldilà del cantare in inglese)?
AM. Naturalmente i miei ascolti, ammetto di essere sempre stato abbastanza prevenuto nei confronti della musica italiana, almeno fino a pochi anni fa. Credo sia legato a qualche trauma infantile o qualcosa del genere, mi ricordo che una volta, a sette anni, stavo giocando con mio padre in salotto e all'improvviso, con un movimento un po' strano, mi ha urtato involontariamente ed ha iniziato a venirmi giù del sangue dal naso. Che c'entra? Niente, però è accaduto mentre stavamo guardando Il Festival di Sanremo.

 
 
NG. Che genere di artista ti definiresti?
AM. Mi piace pensare di essere una sorta di “pittore” della musica perché mentre molti altri sono bravissimi  a maneggiare le parole io preferisco perdermi nelle immagini e nelle sensazioni che nascono quando suono e compongo.

 
NG. Stai lavorando ad un album di inediti?
AM. Sì, con molta fatica ma anche con molto entusiasmo, per fortuna.

 
NG. Cosa pensi  del consolidato conformismo del panorama musicale? Progetti fuori dagli schemi come il tuo diventano sempre più rari.
AM. Parlando dell'Italia, penso che questo rifletta abbastanza bene la staticità del nostro paese sotto tutti gli aspetti, soprattutto quello culturale ma non solo. Con questo non voglio dire che in giro non ci siano cose belle e stimolanti ma se si parla di grandi  (e medi) numeri sono davvero pochissimi gli artisti a cui riconosco il merito di aver adottato un linguaggio anche vagamente nuovo o semplicemente aver fatto delle cose che mi fanno stare bene.

 
NG. Cos'è per te la musica in tre parole.
AM. Oddio, che, difficile.

 
NG. Con chi ti piacerebbe collaborare e qual è un tuo sogno nel cassetto?
AM. Arrivato a questo punto mi piacerebbe, anzi sento l'estrema esigenza, di farmi affiancare da un produttore artistico. Mi sono reso conto dell'importanza di questa figura proprio quando ho deciso di farlo io stesso con alcune band toscane (Ka Mate Ka Ora, Regal, Tutte le Cose Inutili, Flame Parade). Poter contare su un orecchio esterno è davvero un grande vantaggio, sento che senza di quello potrei commettere degli errori molto stupidi. Spesso quando si lavora sulle proprie canzoni si tende a curare maniacalmente i dettagli  abbastanza superflui e si finisce per trascurare quello che conta davvero. Ecco, vorrei evitare questa cosa.

 
NG. Cos'è per te la dimensione live? Quanto è importante?
AM. Ci sono tanti aspetti che adoro dei live. Prima di tutto ho ricordi bellissimi di persone incontrate durante i miei viaggi, persone che ti rimangono nel cuore proprio perché hai condiviso con loro delle sensazioni autentiche e profonde tramite la tua musica, cosa c'è di più bello? Suonare dal vivo è sempre un'esperienza forte, non voglio dire mistica perché non so cosa significhi esattamente ma così a intuito credo ci possa stare.

 
NG. Raccontaci 3 album (spazia pure in tutta la musica) che non potrebbero mai mancare nella vostra collezione.
AM. I miei gusti cambiano continuamente, adesso ad esempio sono tornato in fissa con le cose che ascoltavo da ragazzo, quindi dark-wave E BASTA! Tre classici del genere che devo assolutamente riscoprire ogni tanto sono “Pornography” dei Cure (uno dei miei gruppi preferiti), qualcosa dei Depeche Mode, diciamo “Violator” e sì dai, anche “Siberia” dei miei conterranei Diaframma.

 
Intervista a cura di Luigi Rizzo

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